Interessante e partecipato congresso annuale di Fita Veneto a Treviso, con l’intervento dell’attore e regista Glauco Mauri – Ricchissimo di stimoli di riflessione anche in materia di imprenditorialità teatrale e rapporto con i professionisti

Interessante, vivace e partecipato il congresso regionale svoltosi il 9 ottobre scorso al Teatro Eden di Treviso, con l’intervento tra gli altri, come ospite atteso e gradito, dell’attore Glauco Mauri, in città per la prima del suo nuovo spettacolo Quello che prende gli schiaffi, da Leonid Nikolaevic Andreev, del quale è regista e interprete, accanto a Roberto Sturno. Particolarmente attuale e stimolante il tema dell’appuntamento, il venticinquesimo nella storia di Fita Veneto. I relatori e il pubblico, folto e coinvolto, si sono infatti posti una domanda che ha aperto diverse linee di riflessione, ossia Il teatro nell’area del multimedia: ha ancora un senso?
A riflettere sull’argomento sono stati invitati, oltre a Mauri, Angelo Tabaro, Segretario Cultura della Regione del Veneto, Gianfranco Gagliardi, amministratore unico di Teatri e Umanesimo Latino S.p.A., Donato De Silvestri, presidente di Fita Verona, Marzio Favero, sindaco di Montebelluna ed esperto di filosofia e sociologia, e Luigi Lunari, drammaturgo e consulente artistico di Fita Veneto. A coordinare gli interventi, il presidente di Fita Treviso, Alberto Moscatelli, che ha anche accolto, per un breve saluto, il vicepresidente della Fita nazionale Gianfranco Ara, Floriano Zambon, vicepresidente della Provincia di Treviso, e Stefano Pimpolari, assessore comunale alla Cultura.
Altri due temi forti
Ma se la multimedialità è stato il tema centrale del congresso, altri due fronti di discussione si sono aperti strada facendo: da un lato, sollevato nel suo saluto dal presidente di Fita Veneto Aldo Zordan, il sempre problematico rapporto tra mondo professionistico e mondo amatoriale; dall’altro, messo sul tavolo dall’avv. Gagliardi, la necessità di trovare il giusto equilibrio tra qualità artistica del prodotto teatrale e sua efficienza economica.
Zordan: formazione al primo posto e rapporti con i professionisti
Ad aprire gli interventi è stato dunque il presidente Aldo Zordan, il quale, presentando la 25ª edizione dell’annuario Fitainscena, ha sottolineato il peso crescente e la vitalità del mondo amatoriale veneto che si riconosce nella Fita, il più consistente a livello nazionale: 252 le compagnie iscritte, 4.057 i soci, 1.022 le produzioni, delle quali 582 in lingua italiana e ben 440 in lingua veneta; 427 gli autori rappresentati, dei quali 92 stranieri e 335 italiani, fra cui ben 172 veneti, con più di 60 autori di compagnia. Sempre tra gli autori, il più rappresentato continua ad essere Carlo Goldoni con 89 allestimenti, ma con ben 44 opere, a formare un repertorio che quindi non vede solo i grandi testi ma anche opere minori e meno conosciute.
Un capitolo a parte hanno poi meritato, nelle parole di Zordan, i progetti sui quali Fita Veneto si sta muovendo con grande impegno, dal rinnovamento del proprio portale, strumento strategico di informazione e comunicazione per appassionati, operatori e giornalisti, alla formazione, soprattutto quella a favore delle scuole, ambito nel quale Fita Veneto intende investire con grande impegno nei prossimi mesi, in particolare attivando un articolato Laboratorio di Cultura e Pratica Teatrale pensato appositamente per gli studenti del triennio delle superiori.
Ma Zordan ha anche ripreso il tema sempre attuale del rapporto con i professionisti, risollevato di recente proprio da alcuni esponenti del mondo teatrale professionistico, durante le “Giornate dello Spettacolo del Veneto” tenutesi a Piazzola sul Brenta: “Ci hanno accusato – ha riferito Zordan – di concorrenza sleale, di essere usurpatori di spazi, rivendicando l’esclusiva gestione culturale e il sostegno finanziario da parte dell’ente pubblico solo per loro, in quanto depositari dell’osservanza della qualità e dell’imprenditorialità del settore. Il grottesco – ha continuato il presidente di Fita Veneto – è che questi interventi sono stati fatti da soggetti che utilizzano abitualmente gli ‘amatori’ per le loro rassegne e da altri che pure ci accolgono come soci paganti, e sottolineo paganti, nella loro organizzazione, quindi riconoscendo di fatto il nostro ruolo, e che dovrrebbero di conseguenza difenderci e sostenerci. Non voglio aprire una polemica, ma mi riesce difficile non invitare questi signori ad una maggiore coerenza e vorrei ricordare loro che professionista non è sinonimo di professionalità. Condivido invece la necessità di aprire un tavolo di confronto con le varie realtà, per la costituzione di un osservatorio dove la Regione diventi cabina di regia per conciliare le diverse esigenze, dotando tutto il settore di norme e regole chiare affinché ognuno rimanga nel proprio ambito senza ambiguità e sotterfugi. E sono sicuro che se ne vedranno delle belle”.
Gagliardi: più attenzione al “prodotto” teatrale
Che professionista non sia sinonimo di professionalità è idea condivisa anche da Gianfranco Gagliardi, che nel suo intervento ha tracciato quello che, a suo parere, dovrebbe essere il percorso obbligato per qualsiasi realtà teatrale, amatoriale o professionale che sia: una sorta di regola delle tre “C”, elaborata su una nuova credibilità come sistema, sulla consapevolezza del ruolo che gli operatori teatrali rivestono e sul consenso che solo attraverso la concreta realizzazione dei primi due elementi può essere ottenuta da parte del pubblico, della politica e degli investitori. Utilizzando volutamente termini economico-finanziari, Gagliardi ha dunque insistito sul fatto che un prodotto teatrale deve sì preoccuparsi della propria qualità artistica ma senza dimenticare un’attenzione economica e finanziaria: “C’è chi pensa che efficacia ed efficienza della nostra attività debbano necessariamente essere limitate, perché la qualità del prodotto non può essere collegata alla sfera economica. Niente di più sbagliato. Certo, fare spettacoli costa, ma è anche vero che dobbiamo essere più virtuosi, capire (e la tendenza c’è, ma deve consolidarsi) che prima di chiedere dobbiamo essere in grado di dimostrare che ottenere la massima qualità e far quadrare i conti si può”. Le strade per raggiungere questo obiettivo sono diverse, e tra queste sicuramente c’è anche l’abbattimento di quegli “egoistici steccati” – così li ha definiti Gagliardi – che spesso portano ogni teatro a chiudersi in se stesso. Occorre invece razionalizzare il sistema e lavorare sulle coproduzioni, che, rispettando certi criteri, possono essere avviate senza danni sotto il profilo della concorrenza.
Una gestione economicamente virtuosa del prodotto teatrale porterebbe dunque il sistema, secondo Gagliardi, a ottenere quel consenso che ora non è sufficientemente elevato: consenso nel senso di attenzione da parte del pubblico, ma anche di interesse da parte di potenziali investitori (combinando a questo anche un sistema fiscale finalmente premiante nei confronti di chi investe in cultura, come avviene in Paesi come gli Stati Uniti). In tutto questo, il teatro amatoriale riveste un ruolo decisivo: “I dati straordinari della vostra Federazione regionale in termini di produzioni e compagnie dimostrano – ha dichiarato Gagliardi – che la semina quotidiana che effettuate può creare interesse e passione per lo spettacolo dal vivo: in una parola, appunto, consenso”.
La situazione economica in Italia è delicata: “Ma non è chiudendo i teatri – ha concluso Gagliardi – o togliendo fondi alla cultura che si risolvono i problemi di questo Paese. Anzi: la cultura dovrebbe essere considerata uno dei volani della ripresa e non mancano i dati per dimostrarlo”.
Multimedia: tecnica sì, snaturamento no
Entrando nel vivo del tema del congresso, le opinioni sembrano aver sostanziamente coinciso su un punto: la multimedialità – intesa in senso lato come nuove tecnologie – deve essere un mezzo (utile e prezioso, sicuramente) e non un fine.
Molto stimolante in tal senso l’intervento di Donato De Silvestri, che ha iniziato la sua riflessione da uno sguardo d’insieme sull’utilizzo che la società – dai giovani (nativi digitali) agli adulti (emigranti digitali) – fanno degli strumenti multimediali. In questo quadro, ha dichiarato, lo spettacolo è sempre più qualcosa che stupisce, coccola, ammalia e ingrassa, perché lo abbiamo costantemente a disposizione “a metro zero”; ma è anche qualcosa che “non lascia tempo alla riflessione, omologa il linguaggio, non ha senso del limite e diventa una droga”. E il teatro? “Se un viaggiatore arrivasse in un nostro teatro dal ‘700 o dall’’800 potrebbe pensare che le cose non sono poi così cambiate. Il rischio è quindi che il teatro rimanga indietro, diventi uno spettacolo solo per vecchi”. Ma se dalla multimedialità si possono prendere elementi “svecchianti” come il ritmo, è anche vero che irrinunciabile – e su questo tutti i relatori hanno convenuto – è il rapporto diretto e reciproco fra attore e pubblico, l’hic et nunc, il qui e ora che rende unico e irripetibile ogni spettacolo teatrale, che deve rimanere quell’emozione condivisa che è, fin dalla notte dei tempi. “Insomma – ha concluso De Silvestri – dobbiamo darci una mossa: usare le nuove tecnologie , nella comunicazione della nostra attività (e in questo il nuovo portale di Fita Veneto potrà essere prezioso) così come sulla scena o nella scrittura teatrale. Intatto dovrà però essere tenuto il senso del sogno e della sfida, usando al meglio la creatività. D’altra parte, come diceva Max Weber, ‘se gli uomini non tentassero continuamente l’impossibile, il possibile non verrebbe mai raggiunto’”.
Il pubblico è cambiato, dunque. E anche il teatro, pur mantenendo ferme le basi sulle quali da sempre si posa, deve elaborare gli stimoli che provengono dall’esterno.
E come e quanto il pubblico sia cambiato è stato sottolineato da Marzio Favero, filosofo e sociologo, oltre che politico da anni attivo nel campo della cultura: sua è stata tra l’altro l’idea di “Rete-eventi”, il nuovo circuito di spettacolo e cultura realizzato dalla Regione del Veneto. In realtà però – questo il suo punto di partenza – “la multimedialità intesa come molteplicità di linguaggi è da sempre parte dell’uomo e del teatro”. Quel che è cambiato è il mondo tutt’intorno, la fisionomia geografica e sociale, il modo di comunicare. “In un mondo che tende sempre più all’omologazione (economicamente vantaggiosa, perché trova un comune denominatore, ma a scapito della diversificazione)- ha dichiarato Favero – forse al teatro spetta proprio il ruolo di essere come il ‘nodo’ di una rete informatica. E all’amatoriale, in particolare, dovrà essere riconosciuta – come già avviene in altri Paesi – la capacità di dissodare il terreno, di creare un pubblico e anche di coinvolgere persone che poi possono decidere di restare nell’amatoriale o tentare di farne una professione”.
Tabaro: sì alla Regione come cabina di regia
Che il teatro non possa e non debba cambiare la propria natura è idea condivisa anche dal Segretario alla Cultura della Regione, AngeloTabaro: “Il rischio da evitare – ha affermato – è che la multimedialità prenda il sopravvento sulla parola”.
Riallacciandosi infine alle dichiarazioni del presidente Zordan, Tabaro ha convenuto sulla necessità che nel mondo del teatro si elaborino norme adeguate e che la Regione operi come cabina di regia. Quanto al teatro amatoriale, “è fondamentale – ha insistito Tabaro – soprattutto per la formazione del pubblico e per la salvaguardia del patrimonio drammaturgico, anche quello ‘minore’. L’amatoriale si avvicina alla comunità quanto i professionisti non sanno o non possono fare. Quindi mondo amatoriale e mondo professionistico meritano entrambi di esistere: hanno solo ruoli diversi”. Sul fronte degli investimenti pubblici, “è innegabile – ha riflettuto il Segretario alla Cultura – che la partecipazione pubblica sia calata e la prospettiva è che cali ancora. Il sistema spettacolo deve quindi fare le sue riflessioni, e cominciare a ragionare in termini imprenditoriali, cosa che comunque anche gli amatoriali già fanno, perché sono abituati a ragionare con le proprie forze”.
Lunari: le prospettive
A Luigi Lunari il compito di elaborare le conclusioni del congresso: “La realtà – ha stigmatizzato il drammaturgo – è che i soldi per la cultura non ci sono più e quello che posso prevedere è che ci sarà sempre più dilettantismo, con ognuno mecenate di se stesso e con il professionismo limitato ai soli vertici. Ma non è poi un male: molti dei suoi momenti migliori il teatro li ha avuti nell’amatorialità, dal teatro greco alle Accademie. Quel che è certo è che ci sarà una grande libertà: l’amatoriale non ha vincoli nei tempi di prova, nel numero degli attori, nella quantità delle repliche”.
Quanto alla multimedialità, “per 2500 anni il teatro non ha avuto concorrenti – ha ricordato Lunari – ma ora li ha e gli è venuto l’acetone. Deve trovare un modus vivendi con loro. E la tecnica? Quando la si ha a disposizione bisogna stare attenti a non esagerare, a non fare stupidaggini. Ma anche in questo campo penso si debba arrivare fino in fondo e poi forse si potrà avere una selezione naturale: dovremo diventare tutti vittime del tecnicismo, insomma, e poi forse qualcos’altro nascerà. È sempre stato così, perché di fronte a un progresso ci si trova inevitabilmente davanti a un bivio: una volta arrivati in fondo forse si tornerà all’antico e anche questo sarà un progresso. Quanto al rapporto con gli strumenti della multimedialità, occorre – come si è detto – conservare la specificità del teatro, ma senza aver troppe preoccupazioni: la tv, per esempio, è solo uno strumento, non è la decima musa”.
Visita alla città
Terminati congresso e pranzo, la giornata si è conclusa con una visita guidata alla splendida città di Treviso.
