Dopo l’intervento del presidente, riflessioni su “Critica, autocritica e censura” in compagnia di Luigi Lunari, Nicolò Menniti-Ippolito, Ferruccio Cavallin e Mirko Artuso
Quattro relatori di notevole spessore, ciascuno chiamato a riflettere su un aspetto del rapporto tra l’artista e il limite: da quello imposto – come nel caso della censura e della critica – a quello eventualmente imposto di propria iniziativa – quando si parli di autocritica e di autocensura. Non ha davvero tradito le attese il congresso regionale di F.i.t.a. Veneto svoltosi domenica 8 novembre al Teatro al Duomo di Rovigo, nel quale un pubblico attento e coinvolto si è fatto accompagnare lungo una serie di significative riflessioni dal drammaturgo Luigi Lunari, dal critico teatrale Nicolò Menniti-Ippolito, dallo psicologo (e cabarettista) Ferruccio Cavallin e dall’attore, regista e organizzatore Mirko Artuso.
I lavori, che hanno visto la partecipazione per F.i.t.a. nazionale del presidente Carmelo Pace (che ha espresso il pieno apprezzamento per l’attiva sezione veneta), del vicepresidente Gianfranco Ara e del tesoriere Francesco Pirazzoli, sono stati aperti da un intervento di Aldo Zordan, presidente di F.i.t.a. Veneto.
L’intervento del presidente F.i.t.a Veneto Aldo Zordan
Presentando la 29ª edizione dell’annuario Fitainscena, Zordan ha espresso la forte preoccupazione per l’attuale situazione della Federazione regionale: la sua stessa esistenza, infatti, è in forse a causa del ritardo nel versamento da parte della Regione dei contributi già approvati e per il fatto che, nonostante le ripetute assicurazioni ricevute da parte anche del nuovo assessore alla Cultura Cristiano Corazzari, non sia stata ancora firmata la convenzione che da anni unisce Regione e F.i.t.a. Veneto, garantendo di fatto l’operatività di quest’ultima sul territorio. L’intervento completo (file PDF).
Un ultimo accenno è andato al rinnovo cariche, in programma il prossimo anno a livello provinciale, regionale e nazionale: «L’invito a tutti è di partecipare alle riunioni che saranno organizzate sul territorio, valutando bene e per tempo la competenza, la disponibilità e l’impegno chi si proporrà, così da non lasciarsi abbagliare da un bel discorso pronunciato magari il giorno delle votazioni. Inoltre mi auguro si dia spazio a giovani che si stanno già muovendo concretamente per il bene della nostra Federazione».
La parola è quindi passata ai relatori, coordinati dalla giornalista Alessandra Agosti.
Lunari: «Sì alla censura di uno Stato buon padre di famiglia»
Con la consueta verve, Lunari è partito da alcune sue dirette esperienze di censura: in particolare quella subita per la commedia “Tarantella con un piede solo”, che il 6 dicembre 1962, messa in scena a Napoli da un Andrea Camilleri ancora non celebre scrittore, fu sospesa alla fine del primo tempo con accuse di oscenità e di vilipendio delle forze armate. Dalle lunghe gambe delle Kessler di allora alle scene di sesso che Damiano Michieletto ha introdotto nella sua ultima regia dell’opera lirica “Guglielmo Tell”, secondo Lunari l’abolizione della censura ha portato ad un frainteso senso di libertà: «Abbiamo vinto o abbiamo perso – si è chiesto il drammaturgo – nella nostra battaglia per la libertà? Ebbene, abbiamo perso! Non era questa la libertà per la quale ci siamo battuti. Oggi ci manca proprio la censura: ma intesa come intervento di uno Stato che assuma il ruolo di “buon padre di famiglia” nei confronti dei propri figli. Una censura preoccupata del bene pubblico; che potrà anche sbagliare, eccedere, intervenire tardi o male o non intervenire quando sarebbe bene che lo facesse; ma che comunque ci fa sentire tutelati e difesi in quelli che sono i valori fondanti di una società civile. Certo, il pericolo di un dirigismo statale alla Zdanov naturalmente esiste. Ma un intervento sarebbe opportuno, senza lasciarci bloccare da possibili pericoli futuri: che, comunque, sta a noi evitare».
Menniti-Ippolito: «La critica teatrale tradizionale è destinata a sparire»
Lucidissimo e anch’esso ricco di spunti sui quali riflettere anche l’intervento di Menniti-Ippolito. Attivo in questo settore da oltre trent’anni, il giornalista de Il mattino di Padova non ha dubbi: «La critica teatrale come la conosciamo sta morendo. Secondo i direttori dei giornali, una recensione non interessa a nessuno: personalmente non solo d’accordo, ma dal punto di vista numerico, i costi della carta stampata risultano eccessivi rispetto ai lettori potenzialmente coinvolti, perché il pubblico del teatro, in percentuale, è piuttosto limitato. Diverso il discorso per il giornalismo teatrale, che ha più prospettive: un’intervista può volerla leggere anche chi non va a teatro».
Ma ecco farsi avanti il web. Ambito complesso e variegato, quello del web è un mare nel quale lo spettatore anche occasionale finisce con il confondersi con il critico esperto e accreditato: questione delicata sulla quale, non a caso, lo stesso mondo del giornalismo si sta vivacemente confrontando, e tale da toccare elementi come la competenza, la credibilità e l’autorevolezza.
Quel che è certo, ha riflettuto Menniti-Ippolito, è che qualcosa deve cambiare. «Una volta per scegliere un ristorante si leggevano le guide gastronomiche, mentre oggi ci si affida a TripAdvisor. Anche per il teatro la strada sembra essere questa», ha commentato; e se pure l’autorevolezza di un critico può essere riconosciuta anche nel web, il suo stesso intervento si contrae sempre di più, perdendo molto dell’informazione al lettore che aveva un tempo, asciugandosi fin quasi al solo giudizio finale. Senza dire che, anzi, un giudizio positivo della critica rischia di essere controproducente, guardato con sospetto, «anche a causa delle crescenti interconnessioni alle quali il critico si è aperto, mentre una volta era più scollegato dall’ambiente teatrale».
Infine, una risposta senza tentennamenti ad un dubbio che spesso turba gli artisti: se si debba o non si debba replicare, cioè, ad una critica negativa. «La mia risposta – ha concluso Menniti-Ippolito – è no: la realtà è che comunque il giornalista finisce con l’avere l’ultima parola».
Cavallin: «E se non fossi perfetto?»
Perché una critica positiva fa piacere e una negativa no? E in che modo agisce su di noi, in un caso come nell’altro? E che cos’è effettivamente un critica? Con un’impostazione tanto semplice quanto efficace, lo psicologo Ferruccio Cavallin ha condotto gli spettatori attraverso una serie di riflessioni sul rapporto che ciascuno di noi ha con il giudizio degli altri e con quello verso se stesso. Assodato che una critica positiva consolida la nostra autostima e ci fa sentire capaci e adeguati, mentre una critica negativa scardina le nostre certezze, facendoci o arrabbiare o scoraggiare, Cavallin è passato ad analizzare i tre livelli della critica – dalla semplice impressione alla più puntuale valutazione fino al vero e proprio giudizio formale – per poi toccare un primo nervo: il fatto che spesso non riusciamo a tenere separati l’impegno che sappiamo di aver profuso in un’impresa e l’effettiva alta qualità del risultato ottenuto. Ed è qui che deve scattare un primo confronto autocritico: «Non devo pensare a quanto mi sono impegnato – ha sottolineato Cavallin – ma devo chiedermi se la qualità che ho raggiunto è alta: dobbiamo essere in grado di capire se quello che abbiamo fatto è obiettivamente giudicabile come buono».
Altro passo importante, l’utilizzo che possiamo fare della critica ricevuta: sia di quella negativa che di quella positiva (che al di là della soddisfazione personale, ci consente comunque di individuare punti di forza e di debolezza). Quanto alla critica negativa, Cavallin ha proposto una serie di indicazioni. Primo, «mai affrontare la critica a caldo, così da riuscire a separare l’aspetto emozionale da quello razionale». A questo punto, «agire piuttosto che reagire, perché dobbiamo riuscire a trasformarla in un’azione positiva per noi, per migliorarci». E ancora, importante: «La critica a un nostro spettacolo non è un critica personale».
Una volta fissati questi punti di riferimento, circa l’opportunità di rispondere ad una critica negativa lo psicologo ha proposto tre possibili strategie: quella “dell’utilità” (chiedere a chi ha criticato gli elementi precisi che non lo hanno convinto e le sue motivazioni, senza rimanere sul generico); quella “dell’annebbiamento” (non dire semplicemente che una critica non ci interessa, ma magari mettere in campo una sottile ironia e la giusta dose di sarcasmo); infine, quella “dell’evitamento” (specie con chi vuole insegnarci qualcosa anche se non ne sa assolutamente nulla; e tenendo presente che l’indifferenza è spesso l’arma migliore).
L’artista e il limite: la parola a Mirko Artuso
Attore professionista di teatro e cinema, regista o organizzatore, Mirko Artuso si è fatto apprezzare per la ruvida sincerità della sua testimonianza, attraverso la quale ha ripercorso una carriera vissuta con serietà e coerenza. «Come organizzatore – ha subito chiarito – non mi faccio guidare da altro se non dai miei gusti. Non riesco a scindere la mia professione dalle mie scelte personali e considero sempre se in quello che sto vedendo c’è autentica sincerità, perché sono convinto che il teatro – e l’arte in generale – sia un incontro in cui chi fa e chi assiste debbano trovare un senso al rito messo in atto».
Anche come interprete, Artuso usa un metro analogo: «Non ho mai fatto provini, ma non ho mai chiesto alle persone con cui lavoro perché scelgono me: se lo chiedessi vorrebbe dire che voglio superare un’insicurezza. Piuttosto voglio vedere se si crea o meno quel punto di contatto».
Di argomento in argomento, Artuso è sicuro nelle sue riflessioni. Autocritica: «Il primo giudizio è il mio. Se quello che faccio non mi soddisfa è già un punto di partenza». Critica: «È grave che sparisca dai giornali, perché attorno alla critica può animarsi un dibattito e toglierla è chiudere una possibile voce alla comunità». Censura (dopo aver ricordato i suoi turbolenti trascorsi con Teatro Settimo in “Libera nos a Malo” di Luigi Meneghello, nel 1992, tra l’altro proprio al Teatro di Rovigo scenario del congresso e poi in tournée): «Non può dipendere dal singolo e come tale non la considero positiva». Autocensura: «Provocare per provocare è inutile. Le scelte che si fanno sono una questione di libertà interiore».
Infine, un riferimento diretto agli amatoriali (pur non riconoscendo divisioni in categorie): «Stimo la libertà che avete. Nella vostra posizione potete affrontare questo tipo di libertà e in questo siete la parte più ‘santa’ di una comunità. L’importante è che non vi limitiate a salire sul palcoscenico per dimostrare delle abilità. Vi auguro spettacoli di coraggio, che non si limitino a praticare il noto. Goldoni, per esempio. Va benissimo, purché capiate se e perché è vostro contemporaneo».
Il video a cura della redazione del sito
